giovedì 5 luglio 2018

“La Chemioterapia è Cancerogena: l’Oms lo conferma”

Sembra una barzelletta, purtroppo è tutto vero: la chemio è cancerogena. Sì, avete letto bene: la terapia che dovrebbe curare i tumori, in realtà in alcuni casi è un agente che ne scatena l’insorgere.
In realtà, c’è da dire che già da tempo si conoscono gli effetti collaterali di questa cura.
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Per fare un esempio, già nel 1938 il farmaco DES, usato principalmente per curare il cancro alla mammella, era stato messo in discussione per i suoi noti effetti collaterali, anche nel lungo termine. Tuttavia, il DES uscì fuori commercio solo nel 1970, sostituito dall’altrettanto discusso TAMOXIFEN. A proposito di TAMOXIFEN, il ricercatore canadese Pierre Blais lo descrive come “farmaco spazzatura che si pone ai vertici del mucchio di immondizia”, poiché promotore di cancri particolarmente aggressivi all’utero e al fegato, nonché responsabile di fatali coagulazioni di sangue e ostacolo ad altre numerose funzioni. É sconcertante pensare che tutti quei milioni di donne che decidono di curare il cancro alla mammella con chemioterapie, allo stesso tempo stanno inconsapevolmente assumendo sostanza classificate come cancerogene.
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Come se non bastasse, una statistica condotta dall’OMS in unione con l’American Cancer Society, quantifica il reale beneficio della chemioterapia in una media di appena il 2,2%. Come dire: i rischi sono di gran lunga maggiori dei reali effetti positivi.
A tutto questo, c’è una spiegazione scientifica.
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La chemioterapia distrugge il DNA di tutte le cellule che si dividono velocemente. Le cellule cancerogene si dividono rapidamente. Ma anche le cellule del sistema immunitario si dividono rapidamente! La chemio, in sostanza, distrugge anche l’unica cosa che può salvarci la vita! Questo avviene perché nel nostro corpo una stessa proteina funzionale (come quelle attivate dalla chemioterapia) può svolgere compiti completamente diversi in distretti diversi del corpo. Sono i famosi “effetti collaterali”. A volte possono essere leggeri; altre volte, come nel caso della chemio, possono essere devastanti.
Altro dato interessante: la chemioterapia non distruggerà mai il 100% delle cellule cancerogene. Al massimo potrà eliminare dal 60% all’80% (nel più ottimistico dei casi!) delle cellule cancerogene. Il “resto” del lavoro è svolto dal nostro sistema immunitario.
La domanda ora sorge spontanea: perché è stato possibile continuare a curare i malati di cancro con la chemio per così tanto tempo, senza cercare una soluzione alternativa?
Pigrizia? Ignoranza? Interessi “maggiori” di quelli dalla salute delle persone (dato che un trattamento chemioterapico può costare al Sistema Sanitario Nazionale anche mille euro al giorno)? Forse a questa domanda non avremo mai una risposta. E allora facciamone un’altra: esiste davvero una soluzione alternativa per la cura del cancro?
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Per trovare una risposta, bisognerebbe prima capire cos’è il cancro. Secondo il professor Giuseppe Genovesi, ricercatore universitario presso il Policlinico Umberto I di Roma e presidente del PNEI: «Bisogna riconsiderare l’uomo non più come un organismo biochimico, ma come un organismo biofisico. Le nuove scoperte della Fisica Quantistica ci dicono che noi siamo costituiti sì da atomi, molecole, ma ci dice anche che questi atomi e queste molecole non sono altro che la manifestazione di una determinata frequenza di energia. Il cancro è il risultato di un’alterazione delle frequenze del nostro corpo, che causa un errore informazionale nelle nostre cellule, facendole ammalare. Se quindi guardiamo all’uomo come a un campo energetico costituito da fotoni e non più come a un semplice aggregato di atomi, è chiaro che si può guarire semplicemente ripristinando i corretti flussi di energia nel nostro corpo, in modo tale che le cellule malate riacquistino le giuste informazioni e ripristino le loro corrette funzioni.»
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E chi legge le “informazioni” che riceviamo dall’esterno? Per decenni si è creduto che i nostri geni fossero responsabili della nostra salute. Se un genitore era morto di cancro al polmone, lo stesso destino avrebbe potuto attendere suo figlio. Ma non è così. Uno studio condotto dalla università di Montreal ha evidenziato che su 100 donne con cancro al seno, solo 7 trasmetteranno il gene malato alle proprie figlie. E tra le figlie portatrici del gene malato, non è detto che tutte si ammaleranno di cancro. E lo stesso ci insegna lo scienziato americano Bruce Lipton: non sono i geni a farci ammalare, ma il modo in cui il nostro corpo interpreta gli stimoli ambientali. Per questo Lipton parla di “Biologia delle credenze”. La nostra mente inconscia elabora ogni secondo oltre 4 miliardi di informazioni e risponde ad essi in base a come è stata programmata.
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Come ci ricorda anche il Dr. Marco Fincati, ideatore del Metodo RQI®: «È la nostra mente inconscia che controlla il 95% delle nostre funzioni. È lei che regola la respirazione, la digestione, il battito cardiaco, la pressione arteriosa. È lei che “legge” le informazioni dell’ambiente  e attua meccanismi di risposta appropriati. Allo stesso modo, è lei che sa quali frequenze sono giuste per noi. Possiamo quindi comprendere quanto sia importante imparare a comunicare con la mente inconscia, se vogliamo prendere piena consapevolezza della nostra vita. Imparare a comunicare  con la nostra Mente Profonda è infatti l’unico modo per determinare autonomamente se i flussi di energia nel nostro corpo sono corretti o scorretti. Le cellule impazzite del cancro non sono altro che cellule che hanno ricevuto frequenze sbagliate. Ridando loro le giuste informazioni, esse possono riappropriarsi della loro corretta natura e ripristinare tutte le loro funzioni.»
Da quali risorse possiamo attingere per ridare le giuste frequenze al nostro corpo? Il Metodo RQI® lo fa a partire da tre soluzioni, che lavorano sui tre differenti “livelli” che costituiscono l’essere umano: la materia, l’energia e lo spirito.

lunedì 9 aprile 2018

L’ORTORESSIA: QUANDO MANGIARE SANO DIVENTA UN’OSSESSIONE

L’ortoressia può essere definita come l’ossessione psicologica per il mangiare sano.
Il termine, che è stato coniato per la prima volta da Steven Bratman nel 1997, deriva al greco Orthos (giusto) e Orexis (appetito) e sta proprio ad indicare un’attenzione esagerata al cibo, alle sue caratteristiche, alle regole alimentari, come una sorta di salutismo estremo. Questo disturbo si inserisce bene nel contesto sociale attuale, nel quale prendono sempre più piede le cucine macrobiotiche e quelle biologiche, giusto per portare qualche esempio. Molto spesso, inoltre, l’ortoressia si basa su convinzioni derivanti da informazioni non verificate e accertate, ma solo “sentite dire”, derivanti dall’immaginario comune o di tendenza.
Vi è certamente differenza tra il voler seguire un’alimentazione salutare e il bisogno assoluto di assumere esclusivamente “cibi sani”, dove l’attenzione è fortemente focalizzata sulla qualità, che è determinata da criteri indiscutibili ed estremamente rigorosi. Come per tutti i disturbi, anche in questo caso è il livello, l’estremismo, a fare la differenza. A tal proposito, secondo Brytek-Matera (2012), l’ortoressia si distingue per alcune caratteristiche peculiari:
  • passare anche 3-4 ore al giorno a pensare a quali cibi scegliere, a come prepararli e consumarli;
  • avere comportamenti eccessivi nella selezione, nella ricerca e nella predisposizione degli alimenti, che comprendono: pianificare i pasti con giorni di anticipo (per evitare quelli ritenuti dannosi); perdere una grande quantità di tempo nelle preselezione e nell’acquisto dei cibi, a discapito di altre attività; preparare e cuocere gli alimenti secondo regole e procedure specifiche ritenute maggiormente salutari;
  • provare insoddisfazione affettiva e isolamento sociale causati dalla persistente preoccupazione e dalla rigidità psicologica e comportamentale legate al perseguimento delle regole alimentari autoimposte.
È chiaro come l’ortoressia influisca su tutti gli ambiti della vita dell’individuo, da quelli psicologici a quelli sociali.
In particolare, sono caratteristici il senso di colpa che scaturisce nel momento in cui non si seguano le regole e, dall’altro lato, la percezione di controllo su sé ottenuta solo dall’attenersi alle stesse, entrambi presumibilmente collegati a uno stato ricorrente di tipo ansioso. L’ortoressia, inoltre, conduce a una vera e propria forma di fanatismo alimentare, per cui si entra in un complesso di superiorità basato su aspetti concernenti il cibo, che porta a disprezzare coloro che non mangiano in modo ritenuto non sano. Tutti questi aspetti possono portare al ritiro sociale, che si esprime, ad esempio, nell’evitamento di situazioni sociali in cui non sarebbe possibile adeguarsi alle proprie norme (dall’uscita al ristorante alle ricorrenze quali il Natale), o alla rottura di rapporti con altre persone non ritenute “all’altezza” secondo i propri ideali.
Oltre che sul benessere emotivo e sociale, l’ortoressia ha conseguenze anche a livello corporeo. L’assunzione nutrizionale esclusiva ed eccessivamente restrittiva può portare problematiche quali, ad esempio, squilibri elettrolitici, avitaminosi, osteoporosi e atrofie muscolari. Questo disturbo è inoltre spesso associato ad altre problematiche di tipo ossessivo, come quelle riguardanti l’esercizio fisico, la pulizia, le malattie.
Per concludere, l’ortoressia è un disturbo che può avere serie ripercussioni sul funzionamento globale della persona. Ricercare un corretto stile alimentare è fondamentale per la salute dell’individuo, ma può diventare un problema nel momento in cui ci si imponga una serie di regole imprescindibili cui è necessario attenersi sempre e comunque per evitare conseguenze terribili. Sarebbe opportuno mantenere sempre un certo grado di flessibilità nei propri modi di pensare e di comportarsi, tenendo presente che non esiste il “giusto” assoluto, ma che il benessere è dato proprio dalla capacità di adattarsi alle diverse condizioni in cui ci si può trovare.

lunedì 13 novembre 2017

Lo scopo nascosto della pillola

Negli anni '50, lo spettro di un mondo predestinato ad un eccesso di popolazione allarmava scienziati e governi dell'Occidente industrializzato. Cominciò così una corsa frenetica per controllare le popolazioni. Ciò coincise con la scoperta di un processo relativamente poco costoso per fabbricare estrogeno sintetico e progesterone che potevano essere usati come contraccettivi, conosciuti come la pillola in associazione.
Nel dicembre 1967, sugli autobus di New York veniva visualizzato il messaggio rivolto alle donne, lanciato dalla Planned Parenthood: "Si può decidere quanti figli avere"

Benché sin dall’inizio del 1932 si sapesse da esperimenti su animali che l'estrogeno ed il progesterone potevano causare il cancro al seno, all'utero, alle ovaie ed alla ghiandola pituitaria, si pensò che la pillola fosse una soluzione efficace alla crisi di sovrapopolamento. I piani per produrre ormoni sessuali erano già a buon punto e vennero iniziati i test clinici richiesti.
Il premio Nobel Frederick Robbins espresse l'opinione prevalente di quel periodo quando si rivolse ad una riunione della American Association of Medical Colleges dicendo:
I pericoli del sovrapopolamento sono così grandi che potremmo essere costretti ad usare certe tecniche di controllo delle nascite che possono portare rischi considerevoli alle singole donne.
Ed esse portavano davvero in sé dei rischi considerevoli. 
Enovid,  la prima pillola anticoncezionale combinata (estrogeni e progestinici). Introdotta negli Stati Uniti nel 1960 e nel Regno Unito nel 1961
Enovid, il primo anticoncezionale orale, ha ottenuto un certificato medico dalla Food & Drug Administration (FDA) Americana nel 1960 sulla base di studi clinici che comprendevano solo 132 donne Portoricane che avevano preso la pillola per un anno o più a lungo.Cinque donne morirono nel corso dello studio, ma non si fece alcuno sforzo per determinare la causa della loro morte. Non c'e da sorprendersi, le prove iniziali erano sbagliate ed inadeguate. Il fatto che fosse evidente che il prodotto non era sicuro non sembrò preoccupare molto i ricercatori. Nonostante quello che avrebbe dovuto essere un avvertimento serio, la pillola fu promossa con tutto l'entusiasmo possibile dalle società farmaceutiche.
Per quanto fosse chiaro molto presto che la pillola causava embolie, non fu che verso la metà degli anni '70 che la quantità di morti di giovani donne per attacchi di cuore e ictus cominciò ad attirare l'attenzione del pubblico. Gli avvertimenti profetici di alcuni dottori - che l'aumento diffuso dell'uso di contraccettivi orali avrebbe creato rischi per la salute su una scala mai conosciuta in medicina - stavano realizzandosi.
Il Dr. Ellen Grant, uno dei primi ricercatori sugli effetti pericolosi della pillola e autore di The Bitter Pill e di Sexual Chemistry, aveva già detto nel 1960 di essere rimasta sbalordita quando gli ormoni sintetici non erano stati ritirati dal mercato a causa dei loro già riconosciuti e gravi effetti collaterali.
Le statistiche hanno confermato che per le prime donne che avevano usato la pillola c'era un rischio di avere delle trombosi undici volte superiore. In effetti, ci sono attualmente circa 60 milioni di donne in tutto il mondo che "provano" la pillola. É chiaro che le prime rassicurazioni dei governi e delle compagnie farmaceutiche erano menzogne.
Uno studio recente dell'Ufficio dell'Ispettore Generale del Department of Health and Human Services statunitense ha rivelato che più del 70 per cento delle informazioni ai medici sui contraccettivi orali sono “fuorvianti o poco esatte”, facendo dei contraccettivi la categoria di medicine prescritte più ingannevolmente pubblicizzata", con gli antibiotici al secondo posto.
Anche se la pillola é entrata sotto varie forme e con successo nella vita di milioni di donne, resta il fatto che gli effetti a lungo termine dell'alterazione artificiale della vita orinonale e riproduttiva di una donna é di cattivo augurio non solo per la salute delle donne stesse, ma anche per quella delle future generazioni.
Il Dr. David Clark, un neurologo dell'Università della Kentucky School of Medicine, ha esposto una verità quando ha detto: “La pillola permette degli esperimenti sul totale della popolazione che non sarebbero mai permessi come esperimenti pianificati, come sono generose le donne ad offrire i loro corpi alla scienza medica, anche se non è stato mai dato un consenso basato su informazioni".
Dal 1975, l'impressione sconvolgente causata dalle morti per embolia ed attacchi di cuore di giovani donne che prendevano la pillola, ha sollevato I'indignazione del pubblico. La conseguente pressione dei gruppi di consumatori ha convinto il Commissario della FDA a proporre che i contraccettivi orali siano accompagnati da un pacchetto di inserti con avvertimenti comprensibili ed estesi circa i possibili effetti collaterali della dose prevista. Ci si aspettava opposizione da parte dei produttori. Ciò che non ci si aspettava, invece, erano gli attacchi violenti da parte della American Medical Association e dell'American College of Obstetricians and Gynecologists. Sembrava che se i professionisti della medicina, che non volevano spargere allarmi ingiustificati fra le pazienti, non informavano a fondo le donne dei rischi, nessun altro avrebbe dovuto farlo.
Pur conoscendo da circa quarant'anni i numerosi effetti collaterali della pillola, ci sono ancora pochi medici che informano adeguatamente le loro pazienti dei numerosi rischi e dei possibili gravi problemi connessi all'uso della pillola.
Nel 1995 il prof. John Guillebaud, un noto esperto Inglese della pianificazione familiare, ha scritto: "Per quanto non privi di rischi, i benefici della pillola superano di gran lunga i suoi rischi. Un altro modo di dirlo é che la pillola é sicura, ma che alcune donne sono pericolose."
Questo modo di parlare a doppio senso culla sia i dottori che le donne in un falso senso di sicurezza, assicurando loro che la nuova generazione di contraccettivi orali é adesso del tutto sicura. Purtroppo, nulla potrebbe essere più distante dal vero.

“La pillola permette esperimenti su tutta la popolazione che non sarebbero mai permessi come esperimenti pianificati”.

Dr. David Clark, neurologo, University of Kentucky School of Medicine.

domenica 22 gennaio 2017

Vaccini: i medici scelgono di farli in base a quanto ci guadagnano? Ecco i prezzi di Redazione InformaSalus.it

Nella zona della città di Lucca solo il 50% dei medici di base aderisce alla campagna di vaccinazione anti-meningite. Tutti i pediatri, o quasi, dicono invece sì. Perché questa differenza nella partecipazione? Per ogni iniezione i medici di famiglia prendono 6,16 euro, meno della metà del compenso che spetta ai colleghi che si occupano dei bambini: il loro premio oscilla tra i 15 e i 20 euro. I pediatri, insomma, sono premiati con una cifra che è più del doppio di quella riservata agli altri medici.

pediatri, per la precisione, ricevono 15 euro per ogni “atto vaccinale” compreso il quadrivalente contro i ceppi A, B, C, Y della meningite. Inoltre, in base a un accordo stipulato lo scorso anno con la Regione, prendono 20,66 euro per l'anti-influenzale e per il vaccino contro la meningite B, diventato obbligatorio per i nati dopo il 1° gennaio 2014. Hanno poi degli incentivi legati al raggiungimento degli obiettivi: 1000 euro per copertura vaccinale tra i propri assistiti maggiore del 95% per terza dose di esavalente; altri 1000 euro per il morbillo; e 1000 euro ancora per copertura vaccinale maggiore dell’80% per papilloma.

Per quanto riguarda i timori della popolazione nei confronti della meningite, ricordiamo che il Ministero della Salute ha sottolineato che non è in atto alcuna epidemia e, anzi, i numeri risultano in calo.

Per gli esperti del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità "si tratta solamente di una 'epidemia mediatica', in cui il patogeno, che si sta moltiplicando a dismisura, contagiando giornali e lettori, è semplicemente la notizia giornalistica".


http://www.informasalus.it/it/articoli/vaccini-medici-guadagnano-prezzi.php

mercoledì 7 dicembre 2016

Dott. Hamer: il medico perseguitato ed imprigionato per aver scoperto l’origine del cancro

Il dott. med. Ryke Geer Hamer è nato in Germania nel 1935.
A 18 anni ha conseguito la maturità ed iniziò gli studi di medicina e teologia all’università di Tubinger. Dopo diversi anni d’intensa attività nelle cliniche universitarie di Tubinger e Heidelberg, nel ’72 conseguì la specializzazione in medicina interna e iniziò ad occuparsi quale primario in ginecologia di molti malati di cancro.
Nel 1976 il dott. Hamer, con la moglie ed i suoi quattro figli, volle ritirarsi in Italia, per curare gratuitamente i malati nei quartieri più poveri, dal momento che i brevetti depositati delle sue invenzioni gli permettevano un reddito sufficiente.
Il 18 agosto 1978, alle tre del mattino il principe Vittorio Emanuele di Savoia, improvvisamente impazzito, sparò nel pressi dell’isola Cavallo al figlio del dott. Hamer, Dirk, che stava dormendo in barca.

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Per più di tre mesi Dirk lottò tra la vdirk-hamer-744217ita e la morte e alla fine il 7 dicembre morì.Questa perdita inaspettata cambiò la vita del dott. Hamer della sua famiglia. Poco dopo la morte di suo figlio infatti si ammalò di cancro ai testicoli. Lavorando come primario in ginecologia nella clinica oncologica universitaria di Monaco, gli venne il dubbio che la sua malattia potesse essere in rapporto allo choc della morte di suo figlio e quindi che il suo tumore al testicolo non fosse scaturito da una “cellula impazzita”, ma dovesse essere in relazione al cervello.
Chiese ai suoi pazienti se anch’essi avessero vissuto un avvenimento terribile e scoprì che tutti, in effetti, avevano subito un evento traumatico prima di ammalarsi…
Nell’ottobre 1981, quando volle portare la sua scoperta ad una conferenza medica, il dott. Hamer fu richiamato dal direttore della clinica e posto davanti alla scelta di negare le sue scoperte o di lasciare la clinica.
Non potendo certo rinnegare i dati da lui raccolti e verificati, conscio dell’immenso potenziale di beneficio per tutti i pazienti contenuto nelle sue scoperte, decide, suo malgrado di lasciare la clinica. Prima di partire riuscì a raccogliere i dati di tutti i suoi pazienti affetti da cancro ed i relativi risultati. Egli presentò quindi la sua ricerca all’università di Tubingen e Heidelberg, dove insegnava da diversi anni, allo scopo di verificare la fondatezza delle sue scoperte a livello universitario.
Pochi mesi dopo i decani dell’università respinsero in circostanze misteriose le sue teorie sulla correlazione tra cancro e psiche,
senza nemmeno verificarne l’esattezza.
Incurante delle opposizioni nazionale ed internazionali, degli attentati alla sua vita, dei 67 tentativi d’internamento psichiatrico forzato e alle campagne mediatiche calunniatrici, il dott. Hamer, dal canto suo, ha continuato l’assidua ricerca e verifica delle leggi biologiche da lui scoperte, indagato su più di 30mila pazienti e verificato in ogni caso l’esatta corrispondenza e fondatezza delle sue scoperte.
Infine, il 11 settembre 1998, presso l’istituto oncologico S. Elisabetta a Bratislava e il dipartimento oncologico di Trnava si è proceduto alla verifica delle cinque leggi biologiche della Nuova Medicina a livello universitario, trovandole perfettamente confermate (vedi allegato).
11 settembre 1998:
Attestato ufficiale da parte dell’istituto oncologico S. Elisabetta a Bratislava e del dipartimento oncologico di Trnava dell’avvenuta verifica a livello universitario delle cinque leggi della Nuova Medicina del dottor Hamer.
tratto da “Il Capovolgimento diagnostico – libro.
la genesi delle malattie e in particolare del cancro”. Edizioni “Amici di Dirk” Fuengirola, Spagna:
Prima legge:
Il trauma è il detonatore
Ogni malattia è causata da un trauma emotivo che ci coglie impreparati, ci prende in contropiede, un trauma che viviamo in solitudine e che non sappiamo come risolvere.
Allo scopo di continuare la specie, l’uomo ha sviluppato col passare del tempo dei programmi biologici di sopravvivenza che sono diventati automatici e si sono inscritti nel suo cervello, nelle sue cellule.
Esiste una triade indissociabile: mente-cervello-corpo, tre unità che funzionano sempre insieme.
a) Il cervello non è in grado di distinguere tra reale e simbolico, tra realtà e immaginazione.
b) Siamo programmati per sopravvivere, quindi la malattia è la soluzione perfetta del cervello in termini biologici di sopravvivenza.
c) Tutte le volte che un individuo viene colpito da un trauma emotivo che abbia le seguenti caratteristiche:
– vissuto in maniera drammatica
– ci colga impreparati
– l’emoziona abbia il sopravvento sulla ragione
– sia vissuto in solitudine, rimuginando continuamente il problema
– non si trovi una soluzione soddisfacente
Allora e solo allora il cervello entra in azione
mettendo in moto uno speciale programma biologico
per la sopravvivenza dell’individuo.
L’intensità del trauma emotivo determinerà la gravità della malattia, mentre il tipo di emozione determinerà la localizzazione nel corpo.
Quindi la malattia è un simultaneo squilibrio a livello psichico, cerebrale e fisico dovuto ad un trauma emotivo. Senza conflitto non vi è malattia, rendersene conto è il primo passo verso la guarigione!
Seconda legge:
niente esiste senza il suo contrario

Viviamo in un mondo polare, non esiste il giorno se non c’è la notte, la salute non ha senso senza la malattia, ecc. La medicina ufficiale ha individuato circa un migliaio di malattie, suddividendole in malattie “fredde” e malattie “calde”.
Quelle “fredde” sono: stato continuo di stress, insonnia, cancro, angina pectoris, neurodermatiti, psicopatologie, ecc. quelle “calde” sono: infezioni, reumatismi, allergie, esantemi, ecc. In verità non esiste una malattia “fredda” o una malattia “calda”, ma piuttosto esistono fasi alterne “fredde” e “calde”.
Tutte le malattie presentano appunto due fasi: fase “fredda” detta simpaticotonia, e fase “calda” detta vagotonia. E’ sempre la fase “fredda” che arriva per prima, seguita dalla fase “calda” di riparazione una volta superato il trauma. Il superamento del trauma è la chiave di volta per passare in fase di riparazione.
FASE FREDDA:
Al verificarsi di un trauma emotivo che ci coglie impreparati, ci prende in contropiede, che viviamo in solitudine e che non sappiamo come risolvere, i tre livelli dell’essere (mente-cervello-corpo) entrano in una fase di reazione per poter sopravvivere:
– a livello psichico: il paziente continua a rimuginare il suo problema, è stressato, non ha più fame, dimagrisce, fa fatica ad addormentarsi. In questo continuo stato di allarme tutte le energie sono mobilitate al solo fine di superare il trauma.
– a livello cerebrale: si producono dei cerchi concentrici (focolai) in una certa area del cervello che presiede al funzionamento di un organo ben preciso. Alla TAC cerebrale senza liquido di contrasto i focolai di Hamer sono chiaramente visibili.
– a livello fisico: il cervello può dare solo quattro ordini: creare una massa (tumore, ciste, ecc) scavare un buco (lisi), bloccare, sbloccare un organo.
FASE CALDA:
Questa fase ha inizio solamente al momento della soluzione del conflitto.
– a livello psichico: iniziamo a tirare il fiato. Lo stress si dilegua, il conflitto è stato risolto. Torna l’appetito, le estremità del corpo riprendono ad essere calde.
– a livello cerebrale: nell’area del cervello dove si è verificato il “cortocircuito” comincia a formarsi l’edema di riparazione. Una volta terminata la riparazione una crisi epilettoide (tremori, sudori freddi, stress, evacuazioni urinarie) verificherà se l’evento conflittuale è stato completamente superato; in caso affermativo l’edema sarà evacuato tramite la diuresi, in caso negativo si manifesterà con fasi alterne di ricadute e risoluzioni che avranno come conseguenza il formarsi di una cisti cerebrale al posto dell’edema.
– livello fisico: già prima della crisi epilettoide la malattia smette di progredire ed il cervello si ripara. Nella fase di vagotonia (fase calda) il paziente entra in uno stato di infiammazione; tutte le energie sono ora tese alla risoluzione cerebrale e fisica: può avere stati febbrili, dolori diffusi o localizzati e molta stanchezza. Tutti gli stati infiammatori sono delle riparazioni, ivi comprese le malattie infettive. E’ da tener presente che la fase di riparazione può essere anche più pericolosa della fase di malattia.
Terza legge:
Il sistema ontogenetico dei tumori
e delle malattie equivalenti

Il termine ontogenetico si riferisce alla vita embrionale dell’individuo e si parla di “malattie equivalenti” perché non solo i tumori, ma tutte la malattie, si comportano secondo l’enunciato delle cinque leggi.
La ragione di tutti i comportamenti biologici risale alla notte dei tempi e comincia con l’apparizione della prima cellula sul nostro pianeta.
Abbiamo già detto che l’uomo non sarebbe potuto sopravvivere fino ad oggi se non avesse integrato nel suo cervello programmi biologici di sopravvivenza volti al superamento di ogni genere di ostacoli che nel corso dei millenni si sono presentati sul cammino della sua evoluzione.
Una volta superato l’ostacolo, la soluzione viene trasmessa alle generazioni future: nei primi due mesi di vita intrauterina il feto incarna tutta questa memoria dall’inizio della vita ad oggi.
– prima tappa dell’ evoluzione:
La cellula per continuare deve respirare, mangiare, eliminare e riprodursi. Col passare dei secoli la nostra cellula si associa ad altre cellule e diventa un organismo pluricellulare adattandosi così alle situazioni contingenti.
Se, per esempio, esso vive in un luogo dove l’ossigeno scarseggia, entra in una fase di stress e trova la soluzione al problema moltiplicando le cellule specializzate nella respirazione. Creerà una specie di tumore, una proliferazione cellulare.
Dunque a questo stadio della vita, la sopravvivenza è assicurata da un aumento delle cellule là dove è necessario e l’ordine di proliferazione viene impartito da una struttura cerebrale arcaica che diverrà il tronco cerebrale.
Ciò che avviene nel ventre materno in qualche modo ripercorre tutti gli stadi dell’evoluzione, tant’è vero che, nel corso del suo sviluppo, l’embrione sembrerà di volta in volta un’ameba, un girino, ecc.
Cos’à ereditato l’uomo moderno dalla prima tappa dell’evoluzione della vita sulla Terra? Quali sono gli eventi conflittuali? Sono conflitti che riguardano il…boccone! Un boccone di cibo, d’aria, un boccone da espellere, un boccone in senso figurato (nutrirsi, respirare, eliminare). L’uomo quando si sente crollare tutto addosso, il cervello trattiene i liquidi. Per quanto riguarda la funzione riproduttiva, i conflitti interesseranno l’endometrio e parte della prostata.
– seconda tappa dell’evoluzione:
Qui assistiamo al passaggio degli organismi viventi dall’ambiente acquatico a quello terrestre. Ora deve proteggersi dal nuovo mondo che lo circonda: là dove sarà aggredito dai raggi solari, il cervello produrrà un ispessimento delle membrane per evitare di morire bruciato. Nel ventre materno, l’embrione continua a perfezionarsi irrubostendo tutte le membrane: derma, pleura, peritoneo, pericardio.
Quali tracce psichiche rimarranno registrate nella memoria dell’uomo moderno?
In generale tutti i conflitti relativi alla paura di venire aggrediti, di subire un’aggressione contro l’integrità fisica all’altezza del torace (mesotelioma pleurico), della cavità addominale (mesotelioma peritoneale), del cuore (mesotelioma del pericardio). Fanno ancora parte tutti i conflitti relativi al sentirsi in qualche modo colpiti nella propria integrità morale, insozzati: attacchi vissuti sulla pelle che daranno luogo a melanomi. La pelle è la parte del nostro corpo che per prima entra in contatto con gli altri individui
– terza tappa dell’evoluzione:
Per il nostro piccolo organismo è ora di muoversi, esplorare l’ambiente circostante. Dovrà quindi sviluppare uno scheletro, dei muscoli e dei tendini. Ma se il mondo verso il quale tende (la terra) non è migliore di quello dal quale proviene (l’acqua), deciderà di tornare indietro e dovrà quindi perdere gli organi che aveva espressamente sviluppato: dovrà fare una lisi (riduzione cellulare, necrosi), perdere sostanza.
Nel ventre materno comincia è il momento in cui compare il sistema osseo e muscolare. Questa fase corrisponde allo sviluppo del proprio valore. Qui i conflitti sono di svalutazione di sé(osteoporosi).
-quarta tappa dell’evoluzione:
E’ un ulteriore precisarsi di tutte le tappe precedenti, il passaggio da: “mi sposto sulla superficie e mi misuro con il nuovo ambiente” a “entro in comunicazione con altri individui”. Si affinano gli organi sensoriali:
Sul piano psichico assistiamo ad una proiezione di sé in un contesto sempre più vasto e complesso. Se ho paura di morire la soluzione biologica del cervello sarà quella di aumentare gli alveoli polmonari per prendere più aria e sopravvivere, insomma una proliferazione cellulare, un cancro ai polmoni.
Se invece mi “tolgono il fiato”, mi “manca il respiro”, ossia un conflitto dipendente dal mio rapporto con gli altri, la soluzione sarà quella di ulcerare i bronchi affinché passi più aria. Mentre se il conflitto è legato a dover andare allo stesso tempo in due direzioni diverse e non sappiamo cosa decidere, la soluzione biologica è la paralisi delle gambe (blocco funzionale).
In sintesi:
Al verificarsi di un conflitto inatteso, senza soluzione apparente, vissuto in solitudine, la patologia si esprime contemporaneamente a livello mentale, cerebrale e organico.
– a livello mentale c’è uno stato di stress permanente
– a livello cerebrale si verifica un corto circuito in una specifica area del cervello
– a livello organico avviene la proliferazione cellulare (tumore) oppure la lisi (perdita di sostanza) o ancora un blocco funzionale (paralisi).
L’eliminazione del conflitto è la chiave di svolta che permette di passare alla fase di riparazione.
Quarta legge:
I microbi sono al servizio del cervello:

I microbi sono nostri alleati, sono loro che si occupano di riparare i danni durante la seconda fase. E’ il cervello che invia l’ordine ai nostri amici virus, funghi o batteri.
Tutti i microbi arrivano, proliferano e scompaiono per favorire la riparazione secondo una logica ben precisa in sincronia con il nostro cervello e il nostro corpo. Essi fanno parte del programma biologico della Natura.
l’uomo convive con i microbi: il nostro corpo contiene dieci volte più batteri che cellule umane: centomila miliardi
Quinta legge:
della quintessenza:

Tutti i comportamenti dell’uomo (e malattie) sono determinati da programmi speciali di sopravvivenza inscritti nel cervello fin dalla notte dei tempi. La malattia è una soluzione biologica del cervello, l’ultima possibilità di sopravvivenza.
Ogni organismo vivente possiede un cervello più o meno sviluppato, in grado di captare inconsciamente le informazioni provenienti dal mondo che lo circonda. Le cellule i batteri che abitano in noi, i vari organi, tutto funziona all’unisono, con lo steso ritmo del cervello principale.
La malattia ha sempre un senso. Essa è utile, necessaria, vitale per l’individuo e per l’evoluzione della specie.
Tratto da La medicina sottosopra. E se Hamer avesse ragione? di Giorgio Mambretti e Jean Séraphin ed. Amrita